Deportazione e Shoah

Deportazione razziale e Shoah

La Comunità ebraica di Parma contava, nell’autunno del 1938, centrotrentaquattro membri.
Solo alcune famiglie israelite abitavano ancora nelle località della Bassa parmense dove storicamente si erano radicate, ossia Busseto, Soragna e Fidenza. Tre comuni dell’Appennino, Borgo Val di Taro, Neviano degli Arduini e Pellegrino Parmense, ospitavano ciascuno una famiglia di ebrei. Infine, vivevano rispettivamente a Golese e a San Pancrazio due famiglie di agricoltori di religione ebraica. Il censimento effettuato nel 1938 nel comune di Parma e in quelli della provincia rivela un forte calo della popolazione ebraica parmense rispetto ai secoli passati. Dei centrotrentaquattro ebrei del centro urbano, sessantadue erano donne e settantadue uomini.
Tra di loro, sei erano bambini in età scolare e dodici erano ragazzi iscritti alle scuole superiori e all’università. La maggioranza dei membri della comunità cittadina apparteneva alla borghesia, come risulta, oltre che dalle professioni e dai mestieri esercitati, anche dal fatto che abitassero in quartieri residenziali.
Con la promulgazione delle leggi razziali anche gli ebrei di Parma furono allontanati dalle scuole pubbliche, dalle università, dagli impieghi statali, dagli incarichi politici; fu loro vietato di esercitare ogni libera professione, di possedere beni mobili e immobili, di assumere domestici “ariani”. Il “Corriere Emiliano”, in un articolo del 13 ottobre, dava notizia dell’espulsione dall’Università di Parma di quattro professori ebrei. Alcuni studenti furono costretti a trasferirsi alla scuola ebraica di Milano.
Cinque giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il Ministero dell’Interno disponeva il rastrellamento degli ebrei stranieri, ordinandone l’internamento in campi di concentramento o il confino in numerose località italiane.
La deportazione dai territori occupati colpì intere famiglie di ebrei polacchi, ungheresi, olandesi, austriaci, tedeschi, serbi e croati che, fuggiti dai luoghi controllati dai nazisti o dagli ustascia, avevano cercato rifugio nelle zone italiane. Un numero imprecisato di loro venne confinato anche in una ventina di comuni del Parmense, dove la popolazione locale fu generalmente ospitale nei loro confronti.
Con l’occupazione tedesca e la costituzione della Repubblica sociale italiana anche gli israeliti di nazionalità italiana dovevano essere inviati in campi di concentramento e tutti i loro beni confiscati a favore della Rsi. Con l’ordinanza di polizia del 3 dicembre 1943, il capo della Provincia di Parma disponeva che la Cassa di Risparmio si occupasse del ritiro e della gestione del denaro e dei valori degli israeliti locali sotto il controllo dell’Intendenza di Finanza cittadina. Intanto, per l’internamento degli ebrei venivano utilizzati i seguenti campi: il castello di Scipione (Salsomaggiore Terme); il campo ubicato nel castello di Montechiarugolo; gli albergo “Terme” a Monticelli Terme.
Per sfuggire al pericolo di essere arrestati alcuni ebrei di Parma decisero di espatriare: tra questi Gualtiero Almansi, il rabbino Enrico Della Pergola, che aveva accettato di fuggire credendo i figli e la moglie in salvo, e l’avvocato Aristide Foà, repubblicano antifascista. Tra coloro che si trovarono al sicuro in Svizzera ci furono anche la famiglia Vigevani, i giovani Bassani, l’avvocato Ottolenghi, i coniugi Muggia e i Levi, questi ultimi privati del capofamiglia, arrestato il giorno prima della fuga, deportato ad Auschwitz e successivamente a Mauthausen, dove morì nel marzo 1945. Anche nel Parmense non mancò chi diede aiuti concreti agli ebrei perseguitati, tra questi Pellegrino Riccardi, pretore a Fornovo Taro durante la seconda guerra mondiale, rappresentante del Comitato di liberazione nazionale di Parma, che organizzò l’espatrio di molte persone, fornendo loro documenti falsi.
Intanto, venivano sequestrati gli arredi della sinagoga di Parma, depositati presso il magazzino di un mobiliere. Gli oggetti sacri erano stati in precedenza nascosti presso la Biblioteca Palatina, da cui sarebbero stati recuperati alla fine della guerra.
Il primo ebreo arrestato a Parma fu Giorgio Foà: prelevato dal posto di lavoro, in piazza Garibaldi, a metà settembre, scomparve. Di lui non si seppe più nulla. Non si ha documentazione nemmeno in relazione alle sorelle Libera e Fortunata Levi, due delle cinque figlie di Davide Levi. Le due donne, ultrasessantenni, furono prelevate con la forza dalla loro casa in via Nino Bixio, nell’estate del ’44. Le loro tracce si persero nel campo di transito di Fossoli (Carpi-Modena), da cui furono deportate ad Auschwitz, in Polonia.
Settantaquattro furono gli ebrei deportati dal Parmense, sia italiani sia stranieri. Delle ventitré vittime dello sterminio, sei furono bambini e la loro storia è entrata nella memoria collettiva di Parma.
Infine, non è a tutt’oggi noto il numero degli ebrei che presero parte alla lotta di liberazione. La documentazione in nostro possesso fornisce i dati di alcuni israeliti partigiani: Remo Coen, Cesare Bassani, Aldo Melli, Haim Monache.