(Riflessione scritta da Francesca Carra, membro del Consiglio Direttivo Isrec)
Cupo, senza speranza, costruito per produrre materiale utile alle industrie tedesche, all’economia di guerra del regime nazista, il campo di lavoro coatto di Mauthausen divenne sempre di più negli anni dal 1938 al 1945, luogo di morte per i circa 200 mila sventurati che vi transitarono. Da lì le SS amministravano la vasta area di campi di concentramento (circa 40) costruiti negli anni successivi per accogliere i deportati che arrivavano in numero crescente dai territori occupati. Il sistema aveva un solo fine, sfruttare la manodopera a costo zero per arricchire la nazione tedesca e consentire al Terzo Reich di proseguire la guerra. Di proprietà delle stesse SS, che lo dirigevano con crudeltà e rigore maniacale, divenne ben presto un luogo dove si andava a morire: pochi, infatti, potevano sopportare la fatica di estrarre i massi di granito dalla grande cava sottostante e portarli a spalla sulla ripida scala (detta “della morte”) dove chi crollava veniva subito eliminato.
Un esempio eccellente dell’organizzazione bellica del Terzo Reich che il Viaggio della Memoria, organizzato dall’Isrec di Parma per le scuole di città e provincia, ha potuto toccare con mano in tutta la sua disumana efficienza.
Nato per ospitare prigionieri politici, apolidi, omosessuali, criminali comuni, asociali, e sfruttarli fino alla morte, vi arrivarono anche ebrei soprattutto ungheresi per i quali le aspettative di vita erano ancora più scarse (ai livelli più bassi della scala gerarchica erano i prigionieri russi, gli italiani e appunto gli ebrei). Divenne dunque, pur non essendo programmato per quello, un campo di sterminio dove si eliminava chi non poteva più essere utile alla nuova società, secondo un disegno che non lasciava scampo. A Mauthausen e nei campi satelliti morirono oltre 90 mila persone, di cui 84 mila sono stati identificati e i loro nomi appaiono, illuminati su lastre nere, nella “Stanza dei Nomi” a perenne ricordo.
Mauthausen appare come una fortezza sulla collina: corpo centrale, torri di avvistamento, alto muro di pietre tutt’intorno; all’interno il piazzale dell’appello e il rettilineo centrale fra due file di lunghe baracche che ospitavano i deportati. Le SS venivano lì solo per lavorare, a sera tornavano nelle loro case fuori dal campo. Per “alleviare” le loro fatiche e dare all’esterno una parvenza di normalità, avevano a disposizione una piscina e un campo da calcio, ancora esistenti, dove la domenica la gente del posto assisteva alle partite fra la squadra delle SS e le altre che partecipavano ai campionati di zona.
“Divertimento e morte”, osservano i ragazzi. E la popolazione che vedeva e sapeva? Resta la lettera di una contadina che abitava nell’unica casa allora esistente: le continue esecuzioni e le botte a quei disgraziati, che lei deve vedere ogni giorno, turbano i suoi sonni, non possono – se proprio devono- farlo altrove? “E’ l’indifferenza che tappa la bocca”, commenta uno studente negli incontri serali in cui, divisi per gruppi, riflettono su quello che hanno visto durante la giornata. Qual è il confine fra indifferenza e complicità? si chiedono. Faremmo anche noi oggi una scelta così? L’emotività coinvolge tutti ma qualcuno ammette: forse sì, era più facile far finta di niente.
A Mauthausen non ci sono oggetti, le baracche sono vuote. Ma l’angoscia si insinua a poco a poco e non ti lascia più. Bastano i forni crematori e la “cameretta” della morte a riportare alla terribile realtà di quegli anni (per i grossi numeri c’era il sottocampo di Gusen ancora più infernale e l’imponente Castello di Hartheim, dove venivano eliminati i disabili e i moribondi). Il profondo silenzio che ci circonda, il sole che risplende, l’orizzonte aperto sulle colline e i prati verdi ben tenuti sgomentano. È accaduto davvero?
Sarebbe facile negare, lavarsi così la coscienza e qualcuno ancora ci prova. L’Austria classificata nazione vittima alla fine della guerra, ci spiega la guida, ha subito fatto sparire le prove: le baracche di Gusen sono state demolite, ne restano solo due e il bordello, oggi abitazione privata. Sul vasto terreno del campo, venduto a poco prezzo, sono sorte villette con giardino e poco importa se scavando anche solo pochi centimetri, affiorano pezzi di quel passato, cucchiai, gamelle, targhette arrugginite. Souvenir dell’orrore che pure hanno un mercato. Lo Stato austriaco vorrebbe acquistare la Villa Bianca, che era la casa del comando, unico edificio ancora in piedi da cui si passava per entrare nel campo, ma i proprietari hanno alzato il prezzo. Resta, anonimo cubo grigio, il Memoriale di Gusen cui è stato affiancato recentemente un centro di accoglienza-museo che permette di ricostruire quello che non c’è più. Le giovani generazioni, ci spiega la guida, non vogliono dimenticare.
Ma il nostro Viaggio della Memoria non è ancora finito. Se credevamo di aver toccato il fondo del dolore, della sofferenza, non è così. Una galleria scavata nella montagna ci attende al campo di Ebensee, oggi ridente cittadina di villeggiatura in mezzo alle montagne innevate. Alte impalcature la sostengono: lì dentro i prigionieri lavoravano alla produzione di armi e parti di attrezzature militari che venivano assemblate altrove, nascosti alla vista dei ricognitori nemici. Pozzanghere, gelo, buio: altre prove che nel Terzo Reich “il lavoro rende liberi” solo di ritardare la propria morte.
Gli studenti, nelle riflessioni di gruppo di fine giornata, si chiedono sintetizzando: l’uomo di allora è come quello di oggi? Può accadere di nuovo? E la risposta non lascia dubbi. Ma bisogna conoscere la Storia per imparare a leggere il presente e, al momento necessario, anche se lo spazio di scelta è minimo, utilizzarlo secondo il proprio modo di vedere le cose. Come fece quel Kapò che lasciava che i deportati, sfiniti dal lavoro, si riposassero nascosti dietro gli alberi. La solidarietà, l’umanità restano eccezioni possibili anche in contesti come quello, dove il nemico veniva disumanizzato e le atrocità diventavano normalità.
Le analisi degli studenti si allargano a temi personali: la consapevolezza di sé, la capacità di fare scelte autonome, la memoria da tramandare sì ma anche da custodire come un bene prezioso da cui trarre gli insegnamenti per leggere il mondo che ci circonda. Tornati a casa, dormiamo male, ci portiamo dentro quel dolore, quella realtà incomprensibile.