Profughi della Grande guerra

I profughi della Grande guerra nel parmense, 1915-1918

Progetto di ricerca storica nell’ambito del Centenario della Prima guerra mondiale

Saranno analizzati i principali aspetti relativi ai profughi civili giunti nel parmense nel corso della Grande guerra, in particolare: la nascita e l’operato degli enti assistenziali, le condizioni di vita dei profughi, i rapporti con le comunità locali, il ruolo delle diverse istituzioni e delle amministrazioni pubbliche dei comuni parmensi.

Status quaestionis

Diversi aspetti sociali legati alla Prima guerra mondiale sono stati trascurati a lungo dagli studi storici.

Tra questi il tema del profugato, il quale è stato affrontato dalla storiografia europea principalmente nel corso degli ultimi due decenni, nell’ambito di ricerche volte a indagare l’impatto della guerra sulla popolazione civile.

La situazione di internati, evacuati e profughi fu occultata dal Governo italiano fin dell’inizio della guerra. Le traversie del profugato di massa del 1917 furono sovrastate dalla polemica sulla sconfitta militare di Caporetto. Durante il conflitto la popolazione in fuga divenne una personificazione della situazione italiana nel contesto bellico e di un sua imprevista conseguenza sui civili. I profughi diventarono l’emblema della sconfitta nazionale e le autorità intervennero censurando l’esodo di persone in fuga dalle province invase e ridimensionando la portata del fenomeno. Negli anni successivi la memoria della profuganza divenne una memoria minore, in quanto durante il ventennio fascista fu creato il mito della saldezza dell’esercito e del popolo italiano in una guerra vittoriosa. La questione della fuga dei civili fu canonizzata ed elusa nella narrazione pubblica della guerra, riflettendosi nel lungo oblio storiografico.

Il tema del profugato in Italia è stato affrontato in maniera organica da Daniele Ceschin nel 2006. Fino ad allora l’argomento era stato trattato esclusivamente da studi parziali e settoriali. Il lavoro iniziato da Ceschin e da nuovi studi ha aperto alla possibilità di approfondire il tema in questione a un livello maggiormente circoscritto, con un esame più esaustivo delle fonti locali.

Descrizione del progetto

Il progetto si pone come obiettivo la ricostruzione e l’interpretazione delle vicende dei profughi della Grande guerra emigrati nel parmense, nel contesto più esteso del conflitto, accostando la documentazione archivistica locale alle rappresentazioni e alla memoria degli avvenimenti degli stessi profughi e dei locali.

Nei giorni immediatamente successivi alla disfatta di Caporetto circa 250.000 persone fuggirono da Veneto e Friuli dirigendosi a ovest; nelle settimane seguenti i fuggitivi divennero oltre 600.000. I profughi provenivano sia dalle province invase del Regno che dalle terre irredente tornate sotto il controllo austriaco. A loro si assommavano i rimpatriati, ovvero i regnicoli espulsi dagli imperi centrali dal 1915, coloro che venivano sgombrati per esigenze militari e gli sfollati dei comuni che subivano bombardamenti, vivendo a ridosso del nuovo fronte di guerra.

Diverse le motivazioni che spinsero queste persone a fuggire dai paesi d’origine: la paura di violenze da parte dei soldati austro-tedeschi legata alla propaganda di guerra, la visione dei soldati italiani sbandati o in ritirata, l’assenza di direttive o l’invito alla fuga da parte del Comando supremo e delle amministrazioni locali, le numerose false notizie che circolavano, l’assenza d’informazioni sui famigliari, le peculiarità economiche e geografiche, il timore di rimanere tra due fuochi e infine la casualità. Tentarono di partire uomini e donne di ogni classe sociale, provenienti sia da paesi montani sia dalle maggiori città. Tuttavia la fuga fu consentita soltanto a chi aveva una disponibilità di risorse e mezzi che consentiva di mettersi in viaggio.

Per questo motivo se la profuganza come scelta ebbe un carattere di massa, come esito ebbe un carattere di classe. La fuga delle classi dirigenti, di notabili e proprietari fu assunta come prova, da chi restava in attesa degli invasori, che fosse in corso un esodo élitario. La partenza di sindaci, consiglieri comunali, assessori, maestri, medici condotti e impiegati pubblici suscitò il panico nella popolazione civile spingendola a seguirne l’esempio. La scelta degli amministratori veneti e friulani fu giustificata da un patriottismo inconciliabile con il regime di occupazione e dall’assenza di ordini da parte del Comando supremo. Le dimensioni quantitative di quella che Ceschin definisce una «Caporetto civile» spinsero il Governo da una parte a legittimare le amministrazioni profughe riconfermandole, dall’altra a impedire nuove fughe dei funzionari statali e comunali nel Veneto non invaso, temendo nuovi deleteri ripiegamenti.

Le amministrazioni e i dipendenti pubblici riparati nel Regno continuarono in parte la propria attività e rimasero un punto di riferimento per le comunità di profughi. Le amministrazioni comunali profughe furono ricostituite nella quasi totalità in Emilia e Toscana. I comuni tentarono di riorganizzare i propri uffici e favorire il ricongiungimento delle nuclei famigliari.

Nel novembre 1917 iniziò anche il trasferimento di ospedali, carceri, collegi, manicomi, sedi universitarie, archivi, biblioteche, musei, istituti culturali. Diversi quotidiani e periodici seguirono il destino dei propri lettori profughi, continuando la propria attività. La stampa “in esilio”, quella locale e quella nazionale contribuirono alla costruzione dell’immagine eroica, sacralizzata e patriottica del profugo, di cui si servì la propaganda per rafforzare il fronte interno. I giornali veicolarono l’autorappresentazione della fuga, propria degli amministratori profughi, come “forzato esilio”, ovvero una scelta consapevole e giustificata dal patriottismo.

Secondo il censimento dei profughi del 1918, nella sola città di Parma arrivarono 3.009 persone (4.041 considerando anche i comuni oggi divenuti frazioni) e nella provincia 8.005. Tra i principali comuni del parmense in cui si stabilirono i profughi delle terre invase vi furono Bedonia (156 persone); Borgotaro (231 persone); Busseto (170 persone); Collecchio (105 persone); Compiano (226 persone); Fidenza (215 persone); Fontanellato (181 persone); Fontevivo (251 persone); Langhirano (147 persone); Medesano (361 persone); Noceto (357 persone); Salsomaggiore (96 persone); Solignano (102 persone); Zibello (213 persone).

Al loro arrivo i profughi furono accolti ovunque da manifestazioni patriottiche coordinate da organizzazioni di assistenza, associazioni nazionaliste e autorità locali. Furono pubblicate liste di sottoscrizioni e raccolte offerte da ordini professionali, camere del lavoro, associazioni e sezioni sindacali. Ben presto furono fondati in modo spontaneo comitati pro profughi, la maggioranza dei quali sarebbe stata tramutata successivamente in patronati di assistenza.

L’aiuto statale ai profughi fu incerto e altalenante, per questo motivo l’iniziale mancanza di assistenza fu supplita dalla solidarietà della rete sociale.

In Emilia la maggioranza dei profughi arrivò con mezzi di fortuna, in piccoli gruppi, senza documenti e bisognosa di assistenza. La prima ondata colse le autorità militari e della Pubblica sicurezza impreparate ad affrontare un’emigrazione incontrollata.

Il 10 novembre 1917 i deputati veneti costituirono il Comitato parlamentare veneto per l’assistenza ai profughi di guerra. Il Comitato aprì un ufficio sussidi che valutava le istanze di sussidio indirizzate ai parlamentari delle terre invase. Sotto la pressione dei deputati veneti e friulani, il Governo Orlando istituì presso la Presidenza del consiglio dei ministri un Alto commissariato, che provvedesse all’assistenza dei profughi, guidato da Luigi Luzzatti. Si diede inizio alla scrittura di una nuova normativa sul profugato, che riconobbe lo stato giuridico di profugo e che contemplava, a carico dello Stato, sussidi in natura e denaro, alloggi gratuiti o indennità per gli affitti e cure sanitarie per gli esuli. L’Alto commissariato riorganizzò l’assistenza locale grazie al decreto legge n.18 del 3 gennaio 1928, che istitutiva un patronato per l’assistenza morale e materiale dei profughi in ogni comune nel quale fossero presenti. Sovente i patronati furono creati in continuità con l’azione dei comitati pro profughi spontanei e furono amministrati da autorità locali, personale scolastico, religioso e sanitario, rappresentanti dei profughi.

L’attività dell’Alto commissariato fu spesso inefficace a causa dell’assenza di una reale autonomia esecutiva ed economica. Localmente il controllo del sistema assistenziale fu demandato alle prefetture; ai patronati fu concessa ampia discrezionalità e autonomia nelle modalità di concessione dei sussidi. I patronati furono un punto di riferimento per tutto il periodo della profuganza, nonostante la scarsa rappresentazione delle comunità profughe al loro interno causasse costanti incomprensioni tra gli stessi profughi e le amministrazioni locali. Furono numerosi anche i contrasti all’interno dei patronati, causati da divergenze sulla gestione dei sussidi assistenziali o da contese tra le comunità profughe o tra quelle che le ospitavano.

Un sussidio statale di tipo continuativo fu introdotto solamente a partire dal gennaio 1918. In ogni caso l’assenza di una buona organizzazione a livello centrale generò importanti diversità di trattamento tra le varie province e la libertà lasciata ai patronati fu causa di proteste e accuse di disparità e inefficienze. La convinzione dei profughi che gli aiuti fossero migliori in altre province li spinse a dar luogo a un’importante corrispondenza con patronati, prefetture, segretari comunali e deputati, per richiedere cambi di residenza in altre province o modifiche nella concessione delle sovvenzioni.

Nel parmense il sussidio fu concesso esclusivamente ai profughi che avevano entrate inferiori alle 2 lire giornaliere ed era ridotto progressivamente fino ad annullarsi per chi percepiva più di 6 lire. Gli altri componenti della famiglia ricevevano l’intero sussidio. A causa di ciò solamente circa metà dei profughi riceveva un aiuto in denaro, in sostanza le donne e i bambini. L’indennità per l’affitto di un alloggio variava in ragione della posizione dell’abitazione e del numero di famigliari.

L’aiuto statale era negato nei fatti a determinate categorie di profughi, in particolare i dipendenti pubblici: le disposizioni dell’Alto commissariato stabilivano che gli statali ricevessero aiuti economici in caso di bisogno, ma furono interpretate in modi differenti dai vari patronati.

Il rischio di vedere ridotto o annullato il proprio sussidio spinse numerosi profughi a non cercare un impiego. La loro inattività fu condannata dalle autorità e associata all’ozio e alla corruzione morale. In realtà a causa dell’alto numero di donne, bambini e inabili solo una percentuale esigua di profughi era in grado di lavorare. La disoccupazione volontaria diminuì tra maggio e giugno 1918 sia per l’intervento dell’Alto commissariato, sia per la domanda di lavoro che proveniva dalle campagne.

A causa della necessità di ridurre la spesa dell’erario, il sussidio fu soppresso il 27 giugno 1918 con il decreto legge n.851, scatenando proteste di comitati, patronati e singoli profughi.

I rapporti tra le comunità profughe e quelle residenti si evolse nel tempo. L’iniziale balzo di solidarietà dei residenti lasciò progressivamente spazio a ostilità e diffidenza verso i nuovi arrivati. Dopo aver sopportato mesi di guerra le popolazioni locali erano preda del malcontento, che sfogavano sui profughi. Nonostante i prefetti definissero buoni i rapporti tra comunità, la situazione legata alla difficile convivenza peggiorò nel tempo. Si creò una situazione di antagonismo sociale causata dal caro viveri, dalla riduzione dei generi alimentari, dalla crescente disoccupazione legata anche alla concorrenza dei profughi, dalla diffusione di epidemie e in generale dal peggioramento delle condizioni di vita. L’ostilità verso i profughi divenne palese: questo atteggiamento emerge chiaramente dalle lettere e dai diari scritti dai nuovi arrivati. L’incompatibilità di comunità provenienti da province diverse oppure tra i profughi già residenti e quelli giunti in tempi successivi portò a ulteriori problemi di convivenza. L’appartenenza politica poteva rappresentare un motivo di contrasto. Vi furono proteste di profughi nazionalisti per la presenza d’internati nelle vicinanze dei loro alloggi.

Le possibilità d’integrazione erano negate non soltanto per le differenze linguistiche e culturali esistenti tra le popolazioni, ma anche dall’assenza d’incentivi da parte delle autorità. Per questi motivi le varie comunità di profughi e residenti rimasero generalmente estranee l’una dall’altra. Resta da analizzare il rapporto di parroci e vescovi locali con i nuovi fedeli.

Durante l’ultimo anno di guerra il Governo italiano adottò misure repressive che riguardarono anche la vita dei profughi. Il profugato rappresentava un imponente problema di ordine pubblico. L’arrivo di migliaia di persone nelle province fece aggravare le già difficili situazioni sanitare, lavorative e alimentari. Saranno approfondite le modalità con cui le autorità locali limitarono la mobilità dei profughi e intervennero su questioni legate alla pubblica sicurezza.

Il limitato sussidio statale pose i profughi in una condizione privilegiata, rispetto ai residenti. Le comunità profughe furono generalmente caratterizzate da una profonda separazione dalle comunità ospitanti. Ceschin ipotizza che queste due cause impedirono alle popolazioni di rapportarsi tra loro sul piano della protesta e della rivolta. La condizione materiale dei profughi li avrebbe spinti ad accettare una situazione che, anche in quanto provvisoria, non conveniva contestare. Essi rinunciarono quindi alla protesta collettiva in favore di richieste di miglioramento delle condizioni di vita individuali, facendo pressioni su deputati, comitati, patronati, etc.

Per circa 500.000 persone la profuganza non si concluse con la fine della guerra. Solitamente le operazioni di rimpatrio avvennero nei primi sei mesi del 1919, ma continuarono fino alla fine del 1920. Le problematiche legate al ritorno non riguardarono esclusivamente i profughi, ma anche le autorità ospitanti. Nel periodo immediatamente successivo all’armistizio i prefetti iniziarono a richiedere il rimpatrio dei profughi. Essi allegavano alle loro istanze relazioni sulla difficile situazione economica e sociale delle province che si sarebbe aggravata ulteriormente a causa della smobilitazione dei militari e del riavvio della attività politiche.

Terminata la guerra le classi dirigenti profughe accusarono di scarso amor di patria e collaborazionismo coloro che non erano fuggiti all’arrivo del nemico, allo scopo di legittimare la propria posizione. Si creò una memoria principale elaborata dagli amministratori, cui si oppose una memoria secondaria dei profughi e dei rimasti nelle terre invase. Lo studio vuole approfondire mediante la memorialisica non solo l’impatto della profuganza sulla vita degli esuli, ma anche l’uso politico che ne fecero le classi dirigenti trasferitesi nel parmense.

Parma, 7 luglio 2015 Tommaso Ferrari, Marco Minardi


Indice delle ricerche/volume

Il saggio intende affrontare la questione attraverso tre nodi tematici:

1. Il lato amministrativo dell'accoglienza, l'organizzazione e le istituzioni coinvolte

2. Le dinamiche sociali interne alle comunità profughe che si insediano nel parmense

3. La rappresentazione e l'autorappresentazione dei profughi attraverso i media e la memorialistica prodotta

Il volume sarà realizzato dai ricercatori Alessandra Mastrodonato, Carlo Ugolotti e Domenico Vitale

Tempi

Il lavoro di ricerca e raccolta della documentazione conservata presso gli archivi nazionali e locali è stata avviata nell’ottobre 2015 in modo da poter consentire ai ricercatori coinvolti nel progetto di presentare i primi risultati del lavoro di ricerca nell'autunno del 2017 quando si svolgerà un primo incontro pubblico a Parma.

La ricerca sarà completata nel corso del 2018 con la presentazione del volume con l’esito dell’indagine storiografica all’inizio del 2019, l’allestimento di una mostra itinerante e la progettazione di un’unità didattiche per le scuole secondarie di primo e di secondo grado.

Stato dei lavori

Novembre 2017: il 14 novembre 2017 presso il Salone della rappresentanza della Prefettura di Parma sono stati presentati i primi risultati della ricerca all'interno del convegno "24 ottobre 1917. Caporetto. Prima retrovia del fronte". L'iniziativa è stata promossa dalla Prefettura di Parma in collaborazione con l'Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Parma. Son intervenuti il prefetto di Parma Giuseppe Forlani, il presidente Isrec Attilio Ubaldi, il direttore Isrec Marco Minardi e i due ricercatori Isrec Carlo Ugolotti e Marco Minardi

Maggio 2018: Il 4 e l'11 maggio si sono svolti due laboratori sul tema "I profughi della Grande guerra nel parmense" che ha coinvolto la classe 2A del liceo "Zappa-Fermi" di Borgotaro. I laboratori, che prendono spunto da una ricerca avviata da Isrec nel 2017, sono stati tenuti e curati dai ricercatori Alessandra Mastrodonato, Carlo Ugolotti e Domenico Vitale. Nel primo laboratorio è stato presentato agli studenti il tema storiografico; nel secondo invece si è organizzato una simulazione di ricerca storica, dando agli studenti alcuni materiali d'archivio su cui lavorare - con l'aiuto dei ricercatori - in gruppi, per poi, alla fine dell'incontro, esporre dinanzi alla classe la propria ricostruzione ed interpretazione.